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I numeri dell'imprenditoria straniera in Italia

L'impresa individuale la fa da padrone e i settori più diffusi sono quelli del commercio e delle costruzioni. Questa la realtà che emerge dal rapporto 2015 su immigrazione e imprenditoria del centro studi dell'Idos, realizzato con Cna e Moneygram.

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Come sottolinea lo stesso segretario generale Sergio Silvestrini, la Cna segue con attenzione, e da anni, la diffusione del lavoro autonomo e dell'imprenditorialità tra gli immigrati. È un fenomeno in crescita, ancora fortemente concentrato sui settori maturi, dove non sono necessari ingenti capitali.

"Oggi - ha spiegato il numero uno degli artigiani - tra i nati all'estero, per ogni sette lavoratori dipendenti c'è all'incirca un lavoratore autonomo o imprenditore. È un elemento nuovo nella storia dei flussi dell'emigrazione. È quindi un fenomeno che si giova dell'humus della società italiana". Il lavoro autonomo "è un ottimo strumento di integrazione e per questo non va ostacolato, anzi va favorito, in una logica di semplificazione che riguarda tutte le imprese italiane, quale che sia il luogo di nascita del titolare". "Le nostre associazioni territoriali - ha concluso Silvestrini - svolgono un ruolo importante di orientamento e di sostegno ai nuovi imprenditori provenienti dagli altri Paesi, soprattutto nella gestione dei rapporti con la pubblica amministrazione, per accompagnare questo processo nel rispetto delle regole e della legalità".

 

I NUMERI

Il rapporto evidenzia che la ditta individuale è l'impresa standard. Più di otto imprese su dieci appartenenti a residenti nati all'estero rientrano in questa tipologia, contro cinque su dieci tra le imprese 'italiane'. Diversamente da quanto accade per i colleghi italiani, gli imprenditori stranieri preferiscono sempre di più questa forma societaria: tra tutte le imprese avviate nel 2014 da persone nate all' estero sono l'86,3%, al secondo posto ci sono le società di capitali con il 10,8%.

Rimane ridotto il numero di imprese ibride, gestite in collaborazione tra immigrati e nativi italiani, che sono solo il 5,9% del totale. Questo è un ostacolo alla  crescita delle imprese, in quanto le possibilità di sopravvivenza (e di espansione) sono ritenute legate anche al superamento dell'economia ristretta al mondo dell' immigrazione, che relazioni multiple e allargate all'esterno ovviamente facilitano.

Il commercio e l'edilizia sono i comparti che attirano principalmente gli immigrati. Nel complesso questi due settori coprono il 60,1%". In particolare, il 35,8% (188mila imprese) sono attività commerciali, il 24,3% edili. Seguono, a lunga distanza, la manifattura (42mila imprese, equivalenti all' 8% del totale), le
attività di alloggio e ristorazione (39mila imprese, il 7,4%), i servizi (27mila imprese, il 5,1%). Nel 2014 i servizi hanno trainato la crescita dell'imprenditoria immigrata, con il 15,4% delle nuove società, seguiti da costruzioni (14,8%), commercio (12,1%), alloggio e ristorazione (9,3%), manifattura (7,2%).

La distribuzione dei lavoratori autonomi e delle imprese amministrate da persone nate all'estero ricalca la dinamicità imprenditoriale ed economica italiana. Oltre la metà sono attive nelle regioni settentrionali, il 26,7% al Centro e il 22,3% al Sud e nelle Isole. La Lombardia è la regione con il maggior numero di società:  quasi 100mila complessivamente, equivalenti al 19% del totale nazionale. Seguono Lazio (oltre 67mila, il 12,8%), Toscana (poco meno di 50mila, il 9,5%), Emilia Romagna (47mila, il 9%), Veneto (44mila, il 8,5%). In proporzione alla platea imprenditoriale regionale, "è la Toscana a primeggiare (il 12,1%
del totale), seguita da Liguria (11,2%), Lazio (10,7%) e Friuli Venezia Giulia (10,6%)".

Per quanto riguarda i paesi rappresentati, si evidenzia un aumento record per Bangladesh, +245,7% dal 2008. Secondo i dati, le sei collettività più numerose tra i responsabili di imprese individuali (provenienti da Marocco, Cina, Romania, Albania, Bangladesh e Senegal) coprono oltre la metà del totale. I nati in Marocco rappresentano il 15,2% complessivo, seguiti dai nati in Cina (11,2%), Romania (11,2%), Albania (7,3%), Bangladesh (6,2%) e Senegal (4,3%). La crescita maggiore negli ultimi anni è stata tra i nativi del Bangladesh: +28,3% nell' ultimo anno.

Nella top ten rientrano anche i nati in Svizzera (3,8%) e in Germania (3,2%), ma è evidente che si tratta di figli (e discendenti) di italiani emigrati che hanno voluto riscoprire le proprie radici. Gruppi etnici e attività vanno di solito a braccetto. I marocchini sono impegnati nel commercio in tre casi su quattro, i cinesi sono distribuiti più equamente tra commercio, manifattura e servizi, i romeni e gli albanesi sono concentrati nell' edilizia, i bangladesi e i senegalesi nel commercio (in quest'ultimo caso la percentuale sfiora il 90%). Su un altro piano si ha la conferma del profondo rapporto tra etnia e attività. Quasi la metà degli immigrati impegnati nella manifattura è cinese, così come nell'edilizia capita complessivamente per romeni e albanesi. Il commercio è appannaggio di marocchini, bangladesi e senegalesi.

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