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Astolfi: il prodotto artigiano, “mio” al 100%

Astolfi: il prodotto artigiano, “mio” al 100%

Un fatturato che, negli ultimi tre anni, è precipitato del 50%. Causa la crisi, ma soprattutto costi di gestione che non lasciano scampo: a denunciarlo è stata Patrizia Astolfi, titolare di “Senza Macchia”, eletta presidente di Cna.

Quali sono le difficoltà per il settore oggi?

È necessario intervenire quanto prima per aiutare gli operatori a mantenere i macchinari in sicurezza. Il rischio di malattie professionali, nel nostro settore, è altissimo. Qualcosa è stato fatto con la legge approvata nel 2006. Ma purtroppo è rimasta lettera morta e ancora oggi chiunque vuole può aprire un’attività.

Un esempio?

La legge prevede che in ciascuna tintolavanderia sia presente una figura tecnica responsabile, ma al momento non esiste alcun percorso professionale e l’attività non è in alcun modo riconosciuta. Ecco perché continuano ad aprire lavanderie a gettone, continua a dilagare l’illegalità, l’evasione. E tutte le tintolavanderie che operano nel rispetto delle regole, intanto, continuano a pagare carissimo il peso della burocrazia.

Quale capitolo pesa di più sulle casse della sua azienda?

Prendiamo il caso dell’emissione di polveri sottili: mi sono adeguata a tutte le normative previste dal Sistri, che poi non è mai partito. E intanto a noi non hanno ridato indietro niente. E così finisce che sui prezzi al pubblico restano pochi margini: come possiamo abbassarli se poi per la luce abbiamo tariffe altissime e i rifiuti li paghiamo addirittura due volte: quelli normali e quelli speciali? Per non parlare degli studi di settore: si basano sui consumi di energia, ma io qui, ad esempio, ho due tavole da stiro. Ne utilizzo una sola, perché di lavoro ce n’è poco. Poi, certo, il consumo di luce resta invariato. Non posso mica illuminare solo metà negozio…

Senza risorse quali rischi si corrono?

Rischi per la sicurezza, degli operatori e dei consumatori. Il percloroetilene, che serve per il lavaggio a secco, è una sostanza che utilizzata con macchinari a regola, all’avanguardia e con professionalità non crea alcun rischio. Diventa nociva se usata con macchinari fatiscenti. E allora perché non si è mai pensato di favorire con incentivi l’acquisto per il rinnovo di questi strumenti di lavoro? Chi di questi tempi può permettersi di comprare di tasca propria un macchinario nuovo?

Quanto ha pesato la crisi sul bilancio delle piccole imprese come la sua?

Certo il consumo si è ridotto di molto: i fatturati delle aziende del settore si sono mediamente dimezzati negli ultimi tre anni, con punte del 60%. Chi prima portava un capo in lavanderia una volta al giorno, ora lo vedo una volta ogni due settimane, se non al mese. Prendiamo il cambio di stagione: poteva arrivare a 650 euro, oggi si limita anche quello, facendo una selezione e riducendo la spesa a 280 euro.

Tenere duro è necessario, soprattutto oggi… Quanto conta l’amore per il suo lavoro?

Ci vuole un grande senso di responsabilità: tra le mie mani passano capi che hanno una storia. Oltre al valore intrinseco, c’è la componente emotiva. Magari mi portano un abito da cerimonia indossato per la prima volta 40 anni fa, tirato fuori da un vecchio baule per una grande occasione. La crisi è davvero dura, ma io non mollerò mai. Resisterò soprattutto per i miei figli, che senza il bancomat familiare non ce la farebbero ad andare avanti. Sono 29 anni che faccio questo lavoro, da 10 ho la mia attività. Per me è una passione, anche perché senza il coinvolgimento avrei la metà del risultato. Del resto per essere artigiano ci vuole amore: non vendi il prodotto altrui, ma il tuo prodotto, al 100%.